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giovedì 21 settembre 2017

L'Autunno

(Daniela)




Io vidi una mattina
l’autunno camminare.
Aveva nella mano
tre goccioline di brina,
nel cesto un venticello
per sollevar le foglie.

Portava per mantello
un grigio nuvolone
e andava lento lento
curvo sul suo bastone.



- J. Renard -


mercoledì 20 settembre 2017

La vecchina dei funghi



(Daniela)



Una leggenda della Val Camonica narra che tra la fine dell'estate e l'autunno, sulle montagne di Angolo Terme (BS), si aggira per i boschi una vecchietta, la strega Mandola. Qualcuno la vedeva entrare in azione con dei folletti al seguito che, a un suo comando, spargevano nei boschi una polverina magica da cui spuntavano all'istante grandi funghi porcini confusi però fra funghi velenosi identici. Tutta la popolazione maligna si riuniva ai piedi del monte Tonale, dove si svolgevano i sabba. Incontri notturni che generarono leggende e fantasticherie, tutte nefaste, tanto che i pellegrini che in quei secoli dovevano valicare il passo, si guardavano bene dal mettersi in viaggio durante le ore tarde del pomeriggio, preferendo pernottare in qualche locanda.

- dal web -





martedì 19 settembre 2017

L'ultima sera d'estate

(Daniela)

(da un racconto di Annalisa Ferri)






Era mite la sera allungata tranquilla sul borgo e sulla valle, rischiarati in lontananza da un celeste timido, che si nascondeva con gli occhi bassi dietro le fronde dei pioppi e dei faggi. Nelle vie strette e già deserte si sentiva vibrare il canto di un grillo, che sperava ancora di trovare l'amore della vita, in una sera dalla luna piena che tra qualche nuvola faceva spazio alla sua tonda faccia gialla. Volò veloce nel primo profumo dolce di uva, l'ennesima estate del piccolo paese arroccato sul colle coperto di gelsomini: volò rapida tra l'arrivo delle rondini, che ora cinguettavano per decidere la partenza; volò mentre i fuochi d'artificio illuminavano la piazza al rientro della processione del patrono; sparì rapida nel caldo afoso dei pomeriggi di agosto in cui impazziva il canto d'amore delle cicale.



Insieme alle ultime ombre allungate scivolavano via le stelle cadenti viste dagli innamorati distesi sui campi di fieno tagliato, tenendosi la mano, in mezzo ai grilli ed al profumo di campagna, e scivolavano i tonfi nella fontana dei bambini dopo l'ora di pranzo, dove cercavano il fresco e un gioco senza mai fine.
L'estate dura dei campi se ne andava via restando ancora per un po' imprigionata nei ricordi del cuore di chi non voleva lasciarla andare, restava nei giochi del nascondino dei ragazzi sotto la rocca del paese, in cui le case avevano i vasi pieni di gerbere e garofani,



restava nelle corse dei bambini che inseguivano le prime lucciole a giugno, quando nel seguire quelle luci piccole ed intermittenti ognuno sognava la sua estate: quella giusta per amare, per nascere, per morire, per ballare, per avere un segreto da custodire per la vita, per rinascere nel cuore. Ed ora, che quei mesi erano imprigionati nei grappoli d'uva bianca e nera pendenti nelle vigne e negli orti, ciascuno custodiva nel cuore la volontà che quei mesi ricominciassero, che si sentisse ancora come la prima sera l'odore del fieno di giugno che si alzava al lungo tramonto del sole, e con stupore veniva ascoltato tra i grilli e le stelle delle luminose notti d'estate.



Era rimasta così l'estate degli sguardi silenziosi, degli incontri fortuiti d'amore sotto le magnolie aperte, la notte del cuore senza confini, la notte che pareva non voler mai far spazio al giorno. Nell'eco del grillo che solitario cantava si perdeva l'estate delle marmellate e delle conserve e poi dei pomeriggi passati a cucire cantando a più voci canzoni sentite da bambini, si perdeva l'estate del primo bacio e del primo figlio, si perdeva il giorno lungo sotto al pergolato ed il profumo intenso dell'ultima rosa sbocciata.




In mezzo al mite profumo di bosco che ancora persisteva tra i rami leggeri erano aperti gli occhi che guardavano dalla finestra del casolare immerso tra i ciliegi e quell'aria d'estate entrava ed usciva dalle pupille nere, con le immagini fisse nel cuore che il tempo faceva invece scorrere impietoso. Restava nei ricordi di foto antiche, di un matrimonio negli ultimi giorni di luglio, di una messa all'aperto nel campo degli ulivi tra il volo delle rondini, il libro dell'estate che andava via, senza distogliere gli occhi da ciò che fu e che ogni anno ciascun uomo e donna del borgo speravano: e fu un arrotolarsi a ritroso di baci e di occhi, di mani antiche e fiori appena sbocciati, di piazze in festa e segreti sussurrati da dietro la tendina, di timidi sorrisi ed attese lunghissime sotto la luna piena e le rose ancora aperte, di corse tra le spighe dei campi di grano ed il traballare della statua del patrono, tra i balli in piazza ed il ricamo dei merletti.


Uno di questi, che ritraeva le rondini che volavano sopra le spighe, era posto su un tavolo davanti ad una grande finestra: e la donna che vi abitava lo poneva sempre all'inizio dell'estate per ritirarlo al canto dell'ultimo grillo. Quel lungo centrino era l'intreccio di giorni e sguardi, di battiti di cuore e di ali, di speranza e paura. E solo quando il grillo, trovata la sua compagna, smise di cantare, la donna guardò il ramo ormai silenzioso e vuoto e ripose quel merletto. Pronta a tenerlo nel cuore sperando ed aspettando di nuovo la prossima estate.


- Annalisa Ferri -

lunedì 18 settembre 2017

Grappa a settembre



(Daniela)





I mattini trascorrono chiari e deserti
sulle rive del fiume, che all’alba s’annebbia
e incupisce il suo verde, in attesa del sole.
Il tabacco, che vendono nell’ultima casa
ancor umida, all’orlo dei prati, ha un colore
quasi nero e un sapore sugoso: vapora azzurrino.
Tengon anche la grappa, colore dell’acqua.

È venuto un momento che tutto si ferma
e matura. Le piante lontano stan chete:
sono fatte più scure. Nascondono frutti
che a una scossa cadrebbero. Le nuvole sparse
hanno polpe mature. Lontano, sui corsi,
ogni casa matura al tepore del cielo.

Non si vede a quest’ora che donne. Le donne non fumano
e non bevono, sanno soltanto fermarsi nel sole
e riceverlo tiepido addosso, come fossero frutta.
L’aria, cruda di nebbia, si beve a sorsate
come grappa, ogni cosa vi esala un sapore.
Anche l’acqua del fiume ha bevuto le rive
e le macera al fondo, nel cielo. Le strade
sono come le donne, maturano ferme.

A quest’ora ciascuno dovrebbe fermarsi
per la strada e guardare come tutto maturi.
C’è persino una brezza, che non smuove le nubi,
ma che basta a dirigere il fumo azzurrino
senza romperlo: è un nuovo sapore che passa.
E il tabacco va intinto di grappa. È così che le donne
non saranno le sole a godere il mattino.


- Cesare Pavese -



sabato 16 settembre 2017

Il fazzoletto ricamato di viole

(Un racconto di Annalisa Ferri)





Le case in pietra del borgo iniziavano a svegliarsi tra una sottile nebbiolina dorata, in mezzo alla rugiada gentile posata sui prati e sugli orti. Le grandi persiane scure si aprivano al canto del gallo dopo l'alzarsi del sole e vi lasciavano entrare le grida di gioia delle rondini che annunciavano l'arrivo del giorno nuovo. Il bosco si tingeva d'oro e si perdeva in un timido saluto alle stelle che sparivano una dopo l'altra. Tra le vie silenziose ed ancora addormentate, sotto i nidi delle rondini, passava un anziano sulla sua bicicletta, lentamente cigolando ad ogni pedalata. Nel taschino della giacca che sempre aveva poggiata sulle spalle, sia in autunno quando completava la vendemmia, che in estate quando col sole che scendeva dietro la valle tornava a casa, spuntava un fazzoletto bianco, con un merletto intorno ed in un angolo ricamate tre viole.



Da quel piccolo quadrato di stoffa antica non si separava mai, nemmeno nelle occasioni della festa in inverno: lo lasciava asciugare al sole mite di febbraio, oppure sotto quello forte di luglio, dormiva con lui sul comodino e lo metteva poi nel taschino e lo seguiva ovunque andasse. Tutti nel paese chiamavano l'anziano "l'uomo dal fazzoletto di viole", quando passava sulla sua bicicletta oppure quando la sera tornava a casa sotto le stelle e le cascate delle magnolie. In pochi conoscevano la storia di quell'uomo buono, dal volto malinconico, dai grandi occhi neri provato negli anni dal cocente sole di lunghe estati e tutti nel vederlo pregare in chiesa inginocchiato davanti alla statua della Vergine, comprendevano un dolore nel suo cuore.



Nei sussurri delle preghiere pronunciate ad occhi chiusi, c'era l'eco lontana del canto delle mietitrici una mattina di inizio luglio in mezzo ad un campo inondato d'oro e di papaveri. In quelle giornate lunghissime, piene di fatica e di lavoro, si perdeva il sorriso di uno sguardo antico, di un riso dolce e di timidi occhi che veloci si abbassavano, di corse tra le spighe di grano, di bagni veloci nel torrente quando le ore caldissime lasciavano spazio solo alle cicale impazzite che urlavano al cielo dai tigli e dai faggi. Nel sussurro che l'anziano ripeteva in chiesa c'era lo sguardo forse troppo profondo di un giorno di luglio, in cui non parlò l'uomo ma parlò il cielo, in cui in quel canto di lavoro riconobbe quella voce, la sentì staccarsi dalle altre, volare fino a lui come se fosse un assolo in mezzo alla valle. La vide voltarsi con il suo sorriso ed i capelli neri lunghissimi ed allora sembrò che cantasse solo lei per lui e che le cicale cessassero il loro canto, il vento muovesse solo il vestito di lei, il grano non ballasse più ondeggiando le spighe, il cielo da azzurro divenisse dorato in mezzo all'oro dei campi.
Non finì mai quell'istante lontano ed ancora nei campi l'anziano sente quella voce sovrastare le altre, vede quegli occhi rimasti giovani e quel sorriso timido entrare nei suoi occhi lentamente e distendersi nell'iride restandovi per sempre. Negli ultimi giorni della mietitura quel sorriso stanco provato dal caldo sembrava non spegnersi mai, ma restare intrappolato nelle parole cantate al cielo, sotto il volo delle rondini che a volte annunciavano i temporali nei borghi vicini. Fu una sera dal tramonto rosso, in cui i campi erano arancioni che quel sorriso si avvicinò ed esplose tornando a far muovere il grano, le fronde verdi, più rapida sembrava scorrere l'acqua della fontana di pietra. Quegli occhi femminei neri tesero alle mani stanche un fazzoletto profumato di lavanda, ricamato nelle prime mattine buone di aprile, con un merletto intorno e tre viole colore lillà ricamate in un angolo.



Lungamente quel sorriso restò fisso davanti agli occhi allora giovani dell'anziano ora inginocchiato davanti alla Vergine, prima di sparire correndo tra le spighe e i girasoli che guardavano il sole scendere dietro le montagne ed abbassando il capo non videro quella corsa a due in mezzo al grano, tra i rotoli alti del fieno, mai conclusa. Nelle preghiere e nel sussurro dell'anziano, c'è ancora quella corsa, ci sono quegli occhi grandissimi che si voltano a guardare, c'è il canto ed il sorriso tra i papaveri gentili, vi è il ricamo del fazzoletto che sempre esce dal taschino sinistro e torna ogni sera nel cuore.


- Annalisa Ferri -


venerdì 15 settembre 2017

La pioggia parla

(Daniela - Luna Nera)







Parla la pioggia
talvolta 
un parlottare fitto fitto
talaltra 
un sommesso brusio
parla di mari
fiumi
torrenti
parla di nubi
vento
nebbia
rugiada
parla la pioggia
e
le cose
rispondono…
in silenzio.


- Terenzio Formenti -


giovedì 14 settembre 2017

Tornano


(Daniela)




Oggi la scuola ha riaperto le sue finestre al sole ed ha chiamato i bimbi. Den, den, den...
Gli scolaretti conoscono la strada, conoscono la scuola.
Li accoglie sull'uscio la maestra.
- Buongiorno, bambini. Bentornati a scuola.
- Buongiorno, signora maestra.
Ecco l'aula di seconda: i banchi sono più alti, la lavagna è più grande. Tutto è bello, tutto è pulito.
La maestra sorride e...

NON BASTA

Non basta fare i compiti, studiare le lezioni, venire a scuola allegramente ogni mattina. Ciò che sopra tutto dovete imparare è volervi bene, aiutarvi, perdonarvi l'uno con l'altro e considerarvi, ora e sempre, come tanti e buoni fratellini.


- HEDDA -

(dal libro scolastico "Incatesimo")